Il femminicidio di Anguillara non è solo l’ennesimo caso di violenza maschile contro una donna. È un evento che, per la sua drammatica evoluzione, mostra in modo crudo come un gesto omicida non distrugga una sola vita, ma generi una catena di dolore che si propaga nel tempo e nello spazio, travolgendo più generazioni.

Dopo l’uccisione della donna, l’arresto del femminicida e il successivo suicidio dei genitori di lui, questo caso assume i contorni di una tragedia sistemica. Non siamo più di fronte a un singolo atto criminale, ma a un collasso familiare ed emotivo che lascia sul campo una vittima spesso dimenticata nel dibattito pubblico: il bambino.

Quel minore si ritrova improvvisamente senza madre, con il padre detenuto per omicidio e con i nonni paterni morti suicidi, schiacciati dal peso della vergogna, del dolore e dell’impossibilità di elaborare il gesto del figlio. È l’emblema di ciò che la criminologia e la psicologia forense sottolineano da anni: il femminicidio è un trauma complesso e multilivello.

Dal punto di vista psicologico, il suicidio dei genitori del femminicida apre interrogativi profondi. Il senso di colpa per appartenenza, la vergogna sociale, la frattura dell’identità genitoriale (“che genitori siamo stati?”) e l’impatto dello stigma pubblico possono diventare fattori schiaccianti, soprattutto in contesti culturali in cui il giudizio collettivo è percepito come insopportabile. Il gesto suicidario, in questi casi, non è mai una giustificazione, ma un indicatore estremo di sofferenza non contenuta né supportata.

Il bambino, invece, diventa portatore di un doppio trauma: la perdita violenta della madre e la perdita simbolica del padre, vivo ma inaccessibile e colpevole. A questo si aggiunge il trauma secondario legato al suicidio dei nonni, figure che spesso rappresentano un ancoraggio affettivo dopo una tragedia. La sua storia di vita rischia di essere segnata da sentimenti di abbandono, confusione identitaria, lealtà spezzate e da un’eredità emotiva che non ha scelto.

Questo caso dimostra quanto sia riduttivo parlare di femminicidio solo in termini di cronaca nera. Ogni gesto omicida è anche un atto relazionale che distrugge legami, produce traumi intergenerazionali e lascia ferite invisibili ma profondissime. La violenza non si esaurisce nell’atto, ma continua nei silenzi, nelle assenze, nei percorsi di crescita compromessi.

Come professionisti, abbiamo il dovere di spostare lo sguardo: non solo sull’autore e sulla vittima diretta, ma sull’intero sistema di conseguenze psicologiche e sociali. Serve una presa in carico reale dei minori orfani di femminicidio, un supporto psicologico strutturato alle famiglie coinvolte e una riflessione culturale che vada oltre la logica della vergogna e della colpa collettiva.

Il femminicidio di Anguillara ci ricorda una verità scomoda ma necessaria: la violenza uccide molto più di una persona. E finché non affronteremo anche ciò che resta dopo, continueremo a contare morti senza prenderci cura dei vivi.

Dottoressa Linda Corsaletti

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