Stessa mano? Più assassini? Un emulatore? O una serie di omicidi che per quarant’anni abbiamo osservato attraverso una lente sbagliata?
Per decenni lo abbiamo chiamato il Mostro di Modena.
Ma c’è una prima verità da ristabilire: un Mostro di Modena, in senso giudiziario, non è mai stato identificato.
Quello che esiste sono una serie di omicidi irrisolti, una forte sovrapposizione vittimologica, alcune analogie comportamentali e, contemporaneamente, differenze talmente importanti da impedire di affermare con certezza che dietro tutti quei delitti ci sia stata una sola mano.
Oggi, però, qualcosa cambia.
Nel 2026 Polizia e Carabinieri sono tornati negli archivi della Medicina legale e stanno riesaminando gli atti e i reperti conservati. La richiesta di riapertura è partita dalla famiglia di Anna Maria Palermo e si è successivamente allargata alle famiglie di Marina Balboni, Giovanna Marchetti, Donatella Guerra e Claudia Santachiara.
Non si torna indietro per nostalgia del passato.
Si torna indietro perché alcune cose che negli anni Ottanta e Novanta non potevano essere analizzate oggi possono essere analizzate.
E questa differenza, in un cold case, può essere enorme.
LA STORIA COMINCIA NEL 1985
Il primo delitto generalmente attribuito alla serie è quello di Giovanna Marchetti, 18 anni.
Il suo corpo viene trovato nell’agosto 1985 a Baggiovara. È stata uccisa con una pietra.
Due anni dopo arriva Donatella Guerra, 22 anni.
Il 12 settembre 1987 viene trovata morta nella zona delle cave di San Damaso. Presenta ferite da arma da taglio.
Poi accade qualcosa che, a distanza di quasi quarant’anni, continua a colpire:
dopo appena cinquanta giorni viene uccisa Marina Balboni.
Marina ha 21 anni.
È amica di Donatella.
Viene trovata in un fosso, strangolata con il proprio foulard.
Secondo il padre, Armando Balboni, dopo aver saputo della morte di Donatella, Marina aveva espresso paura che potesse accadere anche a lei. I genitori avevano inoltre riferito che, poco prima della morte, Marina parlava di un appuntamento importante a Modena.
Questo dato non dimostra che Marina sia stata eliminata perché testimone.
Ma dal punto di vista investigativo non può essere considerato un dettaglio secondario.
Perché se due donne legate tra loro vengono assassinate a distanza di cinquanta giorni, la relazione tra le vittime deve essere analizzata tanto quanto la relazione tra le scene del crimine.
POI ARRIVA LA STRANGOLATRICE DELLA SERIE
Nel 1989 viene uccisa Claudia Santachiara, 25 anni.
Il suo corpo viene ritrovato nella zona di Panzano.
È strangolata.
Ed è qui che compare uno dei reperti più interessanti dell’intera vicenda:
tre capelli trovati nella sua mano.
All’epoca quel reperto poteva essere descritto.
Oggi può potenzialmente diventare una fonte di DNA.
Non sappiamo ancora se quei capelli siano utilizzabili, se contengano DNA sufficiente, se siano umani, se appartengano all’aggressore o se siano compatibili con altro materiale.
Ma sappiamo che esistono.
Ed è proprio questo il motivo per cui oggi vengono nuovamente guardati.
E qui dobbiamo fare una distinzione fondamentale.
Un reperto non è automaticamente una prova.
Diventa una prova soltanto dopo essere stato correttamente interpretato, repertato, analizzato e contestualizzato.
1990: FABIANA ZUCCARINI
Fabiana viene trovata in un fosso a Staggia.
Anche lei è stata strangolata.
Ed ecco ricomparire una caratteristica:
vittima vulnerabile + strangolamento + corpo abbandonato in un’area periferica.
Ma Fabiana introduce anche una variabile diversa.
Aveva parlato di un appuntamento con un uomo che chiamava “lo zio ricco”.
Questo ci obbliga a porci una domanda:
l’assassino sceglieva donne appartenenti a un determinato ambiente oppure incontrava donne attraverso relazioni personali, appuntamenti, droga e prostituzione?
La differenza è enorme.
Perché un serial killer organizzato tende a selezionare una vittima.
Un criminale inserito in un determinato ambiente può invece incontrare casualmente più vittime vulnerabili.
La vittimologia, quindi, da sola non basta.
1992: ANNA ABBRUZZESE
Anna viene trovata in un fosso a San Prospero.
Questa volta non abbiamo uno strangolamento.
Abbiamo ferite da arma da taglio e lesioni compatibili con un tentativo di difesa.
E ancora una volta emerge un elemento ricorrente:
il corpo viene lasciato in un luogo periferico.
Qui la domanda diventa:
Quante di queste donne sono state uccise esattamente nel luogo in cui sono state trovate?
E quante invece sono state trasportate?
Questa è una delle domande che una nuova indagine dovrebbe ricostruire da zero.
Perché una scena di ritrovamento non è necessariamente una scena di omicidio.
1994: ANNA MARIA PALERMO
Il 26 gennaio 1994 viene trovata Anna Maria Palermo.
Ha vent’anni.
Il corpo è in un canale a Corlo.
È stata colpita da diverse coltellate.
Ma il caso contiene alcuni elementi che oggi assumono un’importanza straordinaria.
Tra i reperti conservati ci sarebbero oggetti che potrebbero permettere nuove analisi genetiche e dattiloscopiche.
La richiesta della famiglia nasce proprio da questo: comprendere chi fosse con Anna Maria nelle ore precedenti alla morte e se sui reperti possano essere identificati profili di soggetti mai individuati.
E qui la domanda diventa ancora più interessante:
ERANO UNO O PIÙ ASSASSINI?
Non possiamo dirlo.
Ma se una scena contiene materiale biologico appartenente a più persone, non dobbiamo automaticamente trasformarlo in una prova di pluralità degli autori.
Dobbiamo prima stabilire:
- chi erano quei soggetti;
- quando hanno lasciato il materiale;
- se il reperto è stato contaminato;
- se il materiale è direttamente collegato all’aggressione;
- se lo stesso profilo compare in altri delitti.
Solo allora possiamo parlare di collegamento.
1995: MONICA ABATE
Ed eccoci all’ultimo delitto generalmente attribuito alla serie.
Monica Abate.
3 gennaio 1995.
Questa volta il corpo non è in un fosso.
Non è in un canale.
Non è in una cava.
È nella sua abitazione.
E inizialmente la scena sembra raccontare una morte per overdose.
Ma l’autopsia racconta altro.
Monica è stata soffocata.
La siringa sarebbe stata inserita dopo la morte per simulare una diversa dinamica.
Questo è un elemento comportamentale di grande interesse.
Perché non abbiamo semplicemente un omicidio.
Abbiamo una possibile alterazione della scena.
In criminologia si parla di staging quando l’autore manipola deliberatamente la scena per orientare gli investigatori verso una ricostruzione falsa o diversa da quella reale.
Se la ricostruzione è corretta, l’assassino di Monica non si sarebbe limitato a uccidere.
Avrebbe cercato di raccontare agli investigatori una storia diversa.
E questo richiede una capacità cognitiva che non possiamo ignorare.
MODUS OPERANDI: IL MOSTRO CAMBIA TROPPO?
Qui arriviamo al cuore dell’analisi.
Il modus operandi è il comportamento necessario per commettere il delitto.
La firma, invece, riguarda quegli elementi comportamentali non strettamente necessari all’uccisione e che possono riflettere bisogni psicologici più stabili dell’autore.
E allora chiediamoci:
QUAL È IL MODUS OPERANDI?
Abbiamo:
- pietra;
- arma da taglio;
- strangolamento;
- soffocamento;
- possibile utilizzo di oggetti appartenenti alle vittime;
- corpi abbandonati;
- possibile trasporto dei cadaveri;
- possibile manipolazione delle scene;
- in alcuni casi, possibile componente sessuale;
- in alcuni casi, possibile sottrazione degli effetti personali.
Questo è un MO estremamente variabile.
Ma attenzione:
MO variabile non significa necessariamente assassini diversi.
Un offender esperto può modificare il proprio modus operandi.
Può cambiare arma.
Può cambiare luogo.
Può cambiare modalità di approccio.
Può imparare.
Può diventare più organizzato.
Può anche commettere delitti con moventi differenti.
Perciò il semplice confronto:
“questo è stato strangolato, questo accoltellato”
non basta.
E LA FIRMA PSICOLOGICA?
Qui bisogna essere ancora più prudenti.
Non abbiamo elementi sufficienti per costruire un profilo psicologico individuale dell’assassino.
Ma possiamo cercare ricorrenze comportamentali.
La possibile firma che emerge, se i collegamenti fossero confermati, non sarebbe necessariamente il metodo di uccisione.
Potrebbe essere:
1. La selezione di donne estremamente vulnerabili.
2. Il controllo fisico ravvicinato.
3. L’abbandono del corpo in luoghi periferici.
4. Una possibile componente sessuale in più delitti.
5. L’eventuale sottrazione di oggetti personali.
6. L’eventuale necessità di controllare ciò che accadrà dopo la morte.
Quest’ultimo punto è particolarmente interessante.
Perché se l’autore sposta un corpo, cancella tracce, brucia una scena o costruisce una falsa overdose, non sta soltanto uccidendo.
Sta gestendo la scena dopo l’omicidio.
E questo può essere un elemento comportamentale più stabile dell’arma utilizzata.
UNA COSA NON FAREI MAI: CHIAMARLO “FIRMA” TROPPO PRESTO
Se una donna viene strangolata con il proprio foulard, non significa automaticamente che quello sia un rituale.
Se un corpo viene spostato, non significa automaticamente che l’assassino provi piacere nel controllo del cadavere.
Se una siringa viene utilizzata per simulare un’overdose, quello è più correttamente un possibile staging.
La firma deve essere ricercata negli elementi non necessari al delitto e realmente ricorrenti.
E questa verifica, sui fascicoli del Mostro di Modena, è ancora da fare con strumenti moderni.
IL GRANDE PROBLEMA: LE SCENE DEL CRIMINE POTREBBERO NON ESSERE LE SCENE DEL DELITTO
Questo è uno dei punti che personalmente considero più importanti.
Per Donatella Guerra sono state riportate tracce che rendevano plausibile l’ipotesi che il luogo di ritrovamento non coincidesse con quello dell’uccisione.
Sono stati descritti anche un’impronta di scarpa e segni riconducibili a un veicolo.
Se il corpo viene trasportato, cambia tutto.
Perché allora bisogna separare:
scena primaria
dalla
scena secondaria.
E ricostruire:
dove la vittima è stata avvicinata → dove è stata aggredita → dove è morta → dove è stata trasportata → dove è stata abbandonata.
Una sola persona potrebbe fare tutto.
Ma se alcune vittime sono state trasportate con modalità differenti, potrebbero emergere più autori.
I BUCHI INVESTIGATIVI
E qui arriviamo alla parte più delicata.
Non dobbiamo parlare genericamente di “indagini fatte male”.
Dobbiamo identificare quali informazioni oggi potrebbero essere state perse o non valorizzate.
PRIMO BUCO: LA SERIE POTREBBE ESSERE STATA COSTRUITA TROPPO PRESTO
Il nome “Mostro di Modena” nasce sulla stampa nel 1987.
Da quel momento l’ipotesi di un serial killer entra anche nel ragionamento investigativo.
Ma questo crea un rischio classico:
confirmation bias.
Una volta formulata l’ipotesi di un unico autore, ogni omicidio successivo può essere interpretato come conferma.
La domanda corretta avrebbe dovuto essere:
“Quali elementi collegano questi casi?”
ma anche:
“Quali elementi li separano?”
SECONDO BUCO: OTTO INDAGINI SEPARATE
Secondo la ricostruzione della Gazzetta di Modena, all’epoca furono condotte otto indagini distinte senza una vera visione d’insieme; i successivi tentativi di collegarle non produssero risultati concreti.
Ed è un punto fondamentale.
Perché il linkage analysis moderno nasce proprio dal confronto sistematico tra casi.
Oggi metteremmo in una matrice:
- vittima;
- età;
- abitudini;
- ambiente;
- ultimo avvistamento;
- accompagnatore;
- veicolo;
- luogo;
- ora;
- arma;
- lesioni;
- posizione del corpo;
- stato degli abiti;
- oggetti mancanti;
- materiale biologico;
- tracce;
- staging;
- modalità di abbandono.
Poi confronteremmo ogni variabile con ogni altra.
TERZO BUCO: REPERTI CHE OGGI POSSONO DIRE PIÙ DI QUANTO DICESSERO ALLORA
Questo è il motivo più concreto della riapertura.
Nel 1989 tre capelli nella mano di Claudia erano semplicemente:
tre capelli.
Nel 2026 possono diventare potenzialmente:
un profilo genetico.
Il sasso associato al caso Palermo era un oggetto.
Oggi può essere sottoposto a nuove ricerche di tracce biologiche o dattiloscopiche, se le condizioni di conservazione lo consentono.
Per Guerra viene indicato anche un coltello con tracce ematiche; per Palermo un fazzoletto da analizzare.
Quindi la riapertura non nasce dal nulla.
Nasce da una trasformazione fondamentale:
la tecnologia ha cambiato il valore potenziale dei reperti.
QUARTO BUCO: LE TESTIMONIANZE
Un’altra area da rivalutare è quella testimoniale.
Non soltanto:
“chi ha visto l’assassino?”
Ma:
- chi ha visto la vittima per ultima?
- con chi era?
- quale automobile utilizzava?
- quale numero di targa?
- quale abbigliamento?
- quale appuntamento aveva?
- chi sapeva dell’appuntamento?
- quali persone frequentavano abitualmente?
- chi aveva accesso ai luoghi?
- quali persone compaiono in più fascicoli?
Perché il testimone non deve necessariamente aver visto il delitto.
Può aver visto il passaggio precedente al delitto.
E in un cold case questa informazione può diventare decisiva.
QUINTO BUCO: LA VITTIMA COME PERSONA
Qui c’è forse uno degli aspetti più dolorosi della vicenda.
Molte vittime erano tossicodipendenti o si prostituivano.
Ma questo non significa che fossero “senza famiglia”, “senza legami” o persone che nessuno avrebbe cercato.
La stessa avvocata Barbara Iannuccelli ha sottolineato che alcune madri hanno dovuto affrontare non solo la perdita delle figlie, ma anche il pregiudizio sociale nei loro confronti.
Questo ha un’importanza criminologica enorme.
Perché quando una vittima viene percepita come marginale, il rischio è che:
la sua rete relazionale venga studiata meno.
E una vittima marginalizzata non è una vittima senza storia.
È una vittima con una storia che spesso richiede più lavoro per essere ricostruita.
E I FAMILIARI?
Oggi la riapertura ha un elemento nuovo che nel passato non esisteva:
le famiglie si stanno muovendo insieme.
Al momento sono cinque i nuclei familiari che hanno dato mandato all’avvocata Barbara Iannuccelli:
- famiglia di Anna Maria Palermo;
- famiglia di Marina Balboni;
- famiglia di Giovanna Marchetti;
- famiglia di Donatella Guerra;
- famiglia di Claudia Santachiara.
La richiesta non è semplicemente:
“trovate il Mostro.”
È molto più concreta:
analizzate ciò che è rimasto.
E questa differenza è fondamentale.
PERCHÉ RIAPRIRE DOPO QUARANT’ANNI?
Per tre ragioni.
PRIMA
Perché oggi esistono tecniche genetiche e forensi che negli anni Ottanta e Novanta non erano disponibili o avevano capacità molto inferiori.
SECONDA
Perché i reperti sono ancora conservati.
Questo è un patrimonio investigativo.
TERZA
Perché oggi possiamo analizzare la serie con una metodologia diversa.
Non soltanto:
“chi poteva essere il Mostro?”
Ma:
“sono davvero tutti omicidi dello stesso autore?”
Ed è questa, secondo me, la domanda più intelligente da porre.
E SE NON FOSSE STATO UN SOLO ASSASSINO?
È una possibilità che non deve essere considerata una provocazione.
Potremmo avere:
IPOTESI 1
Un unico offender.
IPOTESI 2
Due offender indipendenti che scelgono vittime appartenenti allo stesso ambiente.
IPOTESI 3
Un autore principale e uno o più imitatori.
IPOTESI 4
Una serie di omicidi differenti successivamente riuniti sotto un’unica etichetta.
IPOTESI 5
Una combinazione delle precedenti.
Ed esiste anche una sesta possibilità:
un unico ambiente criminale dal quale provengono più autori.
In questo scenario le vittime sarebbero il vero collegamento, non necessariamente gli assassini.
L’EMULAZIONE
L’ipotesi del copycat è affascinante ma pericolosa.
Per dimostrarla dobbiamo conoscere la cronologia delle informazioni pubblicate.
Se un dettaglio viene ripetuto dal secondo assassino ma era già apparso sui giornali, può essere emulazione.
Se invece viene ripetuto un dettaglio che non era mai stato divulgato e che poteva conoscere soltanto l’autore o gli investigatori, il valore del collegamento aumenta enormemente.
Per questo sarebbe fondamentale recuperare:
articoli originali, verbali, comunicati, trasmissioni televisive, interrogatori e documentazione dell’epoca.
Bisogna separare ciò che era pubblico da ciò che era riservato.
LA DOMANDA PSICOLOGICA PIÙ IMPORTANTE
Che tipo di assassino abbiamo davanti?
La risposta onesta è:
non lo sappiamo.
Non possiamo diagnosticare un disturbo psichiatrico a una persona sconosciuta.
Non possiamo dire “psicopatico”, “narcisista”, “sadico” o “sessualmente deviato” soltanto sulla base degli omicidi.
Possiamo però osservare il comportamento.
E il comportamento, se la serie fosse confermata, suggerirebbe un soggetto capace di:
- avvicinare vittime vulnerabili;
- esercitare controllo fisico;
- muoversi in ambienti marginali;
- conoscere il territorio;
- eventualmente utilizzare un veicolo;
- eventualmente trasportare corpi;
- eventualmente manipolare le scene;
- evitare per anni l’identificazione.
Queste sono caratteristiche comportamentali, non diagnosi psicologiche.
IL DETTAGLIO CHE POTREBBE CAMBIARE TUTTO
Tre capelli.
Potrebbe sembrare quasi banale.
Ma immaginiamo per un momento che uno di quei capelli contenga DNA utilizzabile.
E immaginiamo che quel profilo venga confrontato con il materiale biologico di un altro caso.
Se coincide:
abbiamo un collegamento.
Se non coincide:
abbiamo una frattura.
Se compaiono più profili:
abbiamo una scena da reinterpretare.
È questo il valore dei cold case.
Non riportano in vita il passato.
Permettono al presente di interrogare ciò che il passato non era ancora in grado di leggere.
QUELLO CHE IL MOSTRO DI MODENA PUÒ ANCORA DIRCI
Forse può dirci chi ha ucciso quelle donne.
Forse può dirci che dietro i delitti c’era un solo autore.
Forse può dimostrare che erano più di uno.
Ma potrebbe anche dirci qualcosa di ancora più importante.
Potrebbe dimostrarci che per quarant’anni abbiamo studiato una serie di omicidi partendo da una domanda sbagliata.
Non:
“Chi è il Mostro?”
Ma:
“Perché abbiamo deciso che fosse uno solo?”
LA MIA LETTURA CRIMINOLOGICA
Se dovessi oggi costruire la matrice investigativa, non metterei tutte le vittime nello stesso gruppo.
Creerei almeno quattro cluster.
CLUSTER 1
Strangolamenti e corpi abbandonati
Marina Balboni
Claudia Santachiara
Fabiana Zuccarini
Anna Abbruzzese
CLUSTER 2
Omicidi con arma da taglio e possibile movimentazione del corpo
Donatella Guerra
Anna Maria Palermo
CLUSTER 3
Scena domestica e possibile staging
Monica Abate
CLUSTER 4
Casi anomali o di collegamento ancora debole
Giovanna Marchetti
e, se si allarga la serie, Filomena Gnasso e Antonietta Sottosanti.
Questa divisione non significa che abbiamo quattro assassini.
Significa che non dobbiamo imporre una soluzione prima di aver analizzato i dati.
E ALLORA: STESSA MANO?
La risposta professionale oggi è:
non dimostrato.
Ci sono elementi di collegamento.
Ma ci sono anche elementi di discontinuità.
La vittimologia è fortemente sovrapponibile.
Il territorio è sovrapponibile.
L’abbandono in aree periferiche ricorre.
Lo strangolamento ricorre.
La componente sessuale compare in più ricostruzioni.
Ma le modalità di uccisione cambiano.
Le scene cambiano.
I possibili moventi cambiano.
E alcuni delitti presentano caratteristiche che potrebbero essere difficili da ricondurre a un unico comportamento criminale.
Il dato decisivo sarà quindi il linkage forense.
DNA.
Impronte.
Fibre.
Tracce biologiche.
Reperti.
E soprattutto:
confronto tra i casi.
QUARANT’ANNI DOPO, IL MOSTRO NON È ANCORA UN NOME
È una domanda.
Una domanda che ha attraversato tre generazioni.
Una domanda che ha lasciato madri, padri, fratelli e sorelle senza una risposta.
Una domanda che oggi torna nelle stanze della Medicina legale.
Ma questa volta con strumenti diversi.
Forse quei reperti non parleranno.
Forse saranno degradati.
Forse non produrranno alcun profilo utile.
Forse confermeranno che non esiste un collegamento.
Oppure potrebbero fare esattamente il contrario.
Potrebbero collegare due vittime.
Tre.
Quattro.
Potrebbero identificare una persona.
Oppure potrebbero dimostrare che dietro quello che per quarant’anni abbiamo chiamato “il Mostro di Modena” non c’era un solo mostro.
Ma più uomini.
Più storie.
Più moventi.
Più assassini.
E allora la vera rivoluzione non sarebbe trovare finalmente il Mostro.
Sarebbe scoprire che il Mostro, forse, non è mai esistito come lo abbiamo raccontato.
Sono esistite invece dieci donne.
Con vite diverse.
Con storie diverse.
Con relazioni diverse.
E soprattutto con famiglie che, a distanza di quarant’anni, continuano a chiedere la cosa più semplice e più difficile:
sapere chi le ha uccise.
Perché un cold case non è mai soltanto un fascicolo.
È una persona a cui è stata tolta la vita.
E una famiglia alla quale è stata tolta la verità.
Oggi quelle pagine vengono riaperte.
E questa volta, forse, saranno i reperti a parlare.
Non la leggenda.
Dottoressa Linda Corsaletti
foto fonte web


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