Esiste davvero la storia del ventriloquo di Boston che usava il fratello imbalsamato come manichino? Analizziamo la leggenda con gli occhi della criminologia, della tanatologia e della psicologia del lutto.
Il confine sottile tra leggenda e realtà
Esistono storie che non smettono mai di circolare. Vengono raccontate come fatti realmente accaduti, rimbalzano da un libro all’altro, da un sito all’altro, fino a diventare quasi vere nell’immaginario collettivo.
Una delle più inquietanti riguarda un presunto ventriloquo di Boston che, incapace di elaborare la morte del fratello, avrebbe deciso di farne imbalsamare il corpo per trasformarlo nel proprio manichino da ventriloquo.
Per anni si sarebbe esibito davanti al pubblico con il cadavere del fratello seduto sulle ginocchia, senza che nessuno sospettasse nulla.
Solo dopo la sua morte, durante un controllo del manichino, sarebbe emersa la verità.
Una storia perfetta.
Forse troppo perfetta.
La leggenda del ventriloquo: cosa sappiamo davvero?
Dal punto di vista storico, la risposta è molto semplice.
Non esiste alcuna prova che questa vicenda sia realmente accaduta.
Non esistono nomi verificabili, articoli di giornale dell’epoca, registri di polizia, documentazione medica o fonti storiche affidabili che attestino l’esistenza di questo ventriloquo o del presunto fratello imbalsamato.
Gli studiosi classificano questa vicenda come una leggenda metropolitana, cioè un racconto tramandato come vero ma privo di qualsiasi riscontro documentale.
Eppure continua a sopravvivere.
Perché?
Perché racconta qualcosa che ci spaventa profondamente: l’idea che qualcuno possa rifiutare la morte fino al punto di continuare a vivere accanto al corpo della persona amata.
Quando la realtà è ancora più inquietante: il caso di Elmer McCurdy
La cosa sorprendente è che esiste una vicenda reale che, probabilmente, ha contribuito alla nascita di questa leggenda.
Nel 1911 morì Elmer McCurdy, un rapinatore americano.
Il suo corpo venne imbalsamato con una soluzione contenente arsenico.
Poiché nessun familiare lo reclamò, l’impresario funebre iniziò a mostrarlo ai curiosi dietro pagamento.
Negli anni il corpo passò di proprietario in proprietario.
Fu esposto nei luna park.
Nei musei dell’orrore.
Nei circhi itineranti.
Perfino nelle attrazioni di Halloween.
Con il passare dei decenni la pelle si essiccò completamente e il cadavere assunse un aspetto così innaturale da essere scambiato da tutti per un semplice pupazzo.
Per oltre sessant’anni nessuno si accorse che fosse un essere umano.
Nel 1976, durante le riprese della serie televisiva The Six Million Dollar Man, uno scenografo cercò di spostarlo.
Un braccio si spezzò.
All’interno comparve un osso umano.
Fu così che gli esami identificarono finalmente quel “manichino” come il corpo mummificato di Elmer McCurdy.
Una storia autentica.
Ed è forse ancora più incredibile della leggenda.
Dal punto di vista della tanatologia: sarebbe possibile usare davvero un cadavere come manichino?
Qui entra in gioco la scienza.
Come tanatoesteta, questa è la domanda che mi viene posta più spesso quando emergono racconti simili.
La risposta è piuttosto netta.
Nella pratica sarebbe estremamente improbabile.
Anche un corpo imbalsamato mantiene caratteristiche anatomiche che difficilmente potrebbero passare inosservate.
Le articolazioni perdono progressivamente elasticità.
Il peso rimane quello di un corpo umano.
La distribuzione della massa corporea è completamente diversa da quella di un pupazzo professionale.
La muscolatura e i tessuti subiscono trasformazioni che rendono impossibili i movimenti fluidi richiesti durante uno spettacolo di ventriloquia.
Chiunque dovesse manipolare da vicino quel corpo si accorgerebbe rapidamente che non si tratta di un manufatto.
Dal punto di vista tecnico, quindi, la leggenda presenta numerose incongruenze.
La psicologia del lutto: quando il dolore non riesce ad accettare la perdita
Ed è proprio qui che questa leggenda diventa interessante.
Non tanto per ciò che racconta.
Ma per ciò che rappresenta.
Il lutto è un processo complesso.
Nella maggior parte dei casi il dolore evolve lentamente fino a permettere alla persona di integrare la perdita nella propria storia di vita.
Talvolta, però, questo processo si blocca.
In psicologia si parla di lutto complicato o disturbo da lutto prolungato, una condizione nella quale la sofferenza rimane intensa nel tempo, compromettendo il funzionamento della persona.
Nei casi più gravi il bisogno di mantenere un legame con il defunto può assumere forme patologiche.
Ed è proprio qui che la cronaca ci offre esempi reali.
Carl Tanzler: quando l’amore diventa ossessione
Uno dei casi più studiati in criminologia è quello di Carl Tanzler.
Negli anni Trenta sviluppò una vera e propria ossessione nei confronti di Elena Milagro de Hoyos, una giovane paziente morta di tubercolosi.
Dopo la sepoltura trafugò il cadavere.
Per anni cercò di conservarlo utilizzando fili metallici, cera, gesso, stoffe, vetro e altri materiali nel tentativo di rallentarne il deterioramento.
Dormiva accanto al corpo.
Parlava con lei.
Continuava a considerarla viva.
Oggi questo episodio rappresenta uno dei casi più celebri di alterazione patologica del lutto associata a comportamenti necrofili e viene ancora studiato in ambito criminologico e psichiatrico.
Perché queste storie continuano ad affascinarci?
Dal punto di vista criminologico esiste una spiegazione precisa.
Queste storie evocano ciò che Sigmund Freud definiva il Perturbante
Qualcosa che appare familiare…
ma che improvvisamente rivela una natura completamente diversa.
Un manichino dovrebbe essere un oggetto.
Scoprire che potrebbe essere un essere umano rompe una delle certezze più profonde del nostro cervello.
È lo stesso meccanismo psicologico che rende inquietanti alcune bambole, i manichini, gli automi e le figure estremamente realistiche.
Il nostro cervello riconosce un volto umano.
Ma qualcosa non torna.
Ed è proprio quella discrepanza a generare disagio.
La storia del ventriloquo di Boston appartiene, con ogni probabilità, al mondo delle leggende metropolitane.
Il caso di Elmer McCurdy, invece, dimostra che la realtà può essere persino più sorprendente della fantasia.
Come criminologa e tanatoesteta trovo che il vero interesse non stia tanto nel sensazionalismo, quanto in ciò che queste storie raccontano di noi.
Del nostro rapporto con la morte.
Del bisogno di conservare chi amiamo.
Del confine sottile tra memoria, dolore e ossessione.
Perché comprendere il modo in cui gli esseri umani affrontano la morte significa comprendere uno degli aspetti più profondi della mente umana.
Dottoressa Linda Corsaletti
foto fonte web


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