Viviamo in un’epoca in cui la morte non è più un evento intimo, ma spesso uno show da prima serata. I casi di cronaca nera dominano i telegiornali, i talk show, i podcast e le serie documentarie. La narrazione dei delitti si intreccia con una spettacolarizzazione crescente della sofferenza, della violenza e del corpo senza vita. Ma cosa comporta questa esposizione mediatica? Dove si colloca l’etica professionale, e quale ruolo può avere la tanatoestetica in questo contesto?

La vittima come oggetto narrativo

Nei casi mediatici – si pensi a omicidi come quello di Yara Gambirasio o Meredith Kercher e molti altri alcuni dei quali mi sono occupata personalmente – il corpo della vittima diventa spesso un simbolo. I dettagli della morte, le condizioni del cadavere, le immagini rubate o ricostruite alimentano una narrazione sensazionalistica, che raramente tiene conto della dignità della persona defunta e del dolore dei familiari.

Questa forma di comunicazione tende a trasformare il cadavere in un “oggetto narrativo”, perdendo di vista la sua natura umana. La vittima è spogliata della propria identità reale e trasformata in una figura funzionale allo spettacolo.

Il ruolo dei media: tra informazione e morbosità

La stampa e la televisione spesso giustificano la diffusione di certi dettagli con l’interesse pubblico. Ma è davvero interesse pubblico conoscere ogni aspetto del deterioramento di un corpo o la scena esatta di un delitto?

Oggi, i dettagli macabri attirano l’attenzione. C’è un’“audience della morte” che sembra assetata di particolari sempre più crudi, sempre più scioccanti. Ma questo compiacimento della morbosità allontana dalla sensibilità umana, dalla consapevolezza del dolore reale. L’effetto è una progressiva anestesia emotiva del pubblico, e una nuova forma di violenza – quella del racconto che dimentica il rispetto.

Come criminologi, abbiamo la responsabilità di ricordarci, sempre, che quando parliamo di morti violente i parenti delle vittime ci ascoltano. Non siamo soli nella nostra analisi tecnica o teorica. Le nostre parole possono ferire o lenire, restituire dignità oppure toglierla.

Tanatoestetica: ripristinare la dignità

In questo scenario, la tanatoestetica può (e deve) rappresentare un argine. L’arte di restituire al defunto un aspetto dignitoso non è solo un atto estetico, ma profondamente etico e psicologico. Quando una morte è violenta, la ricomposizione del corpo diventa anche un gesto di rispetto, una restituzione dell’identità sottratta dalla violenza – e spesso, anche dai media.

Non solo: il corpo ricomposto aiuta i familiari a elaborare il lutto. L’immagine finale della persona amata, se rispettosa e curata, può diventare uno strumento terapeutico nel processo di separazione.

Verso una cultura del rispetto

Occorre un cambio di paradigma. Il diritto all’oblio, alla dignità postuma e alla riservatezza della morte deve diventare centrale nel dibattito pubblico. Anche i professionisti dell’informazione dovrebbero ricevere formazione su come trattare il tema della morte, soprattutto in ambito criminale.

Criminologi, tanatoesteti, giornalisti e operatori culturali dovrebbero collaborare per costruire una cultura che protegga la vittima anche dopo la morte. Solo così potremo trasformare la narrazione della morte da spettacolo a occasione di consapevolezza e umanità.

dottoressa Linda Corsaletti

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